Il blog di jacaranda

tonino de sensi con il suo Proxima de sensi

Intervista a Tonino De Sensi

15 maggio 2013 - Basso elettrico -

Sì, ok ma… come suona? Quante volte guardando la foto di uno strumento o leggendo un articolo vi siete chiesti se quell’oggetto che magari vi incanta per le sue forme e vi promette possibilità e speranze abbia davvero quel suono che cercate? Che poi, lo sappiamo tutti, uno strumento suona diversamente in mani diverse, amplificato in modo diverso, registrato diversamente ecc .ecc.
Per provare a darvi una risposta abbiamo chiesto a Tonino de Sensi, grande bassista e grande, splendido e sempre disponibile amico di Jacaranda (grazie, Tonino!) di raccontare a un nostro amico giornalista il basso che porta il suo nome – il modello semiacustico Proxima de Sensi, ammiratissimo – e di suonarlo per noi, in un paio di prove, ancora alquanto casalinghe, fatte al volo con iPhone, giusto per non perdere l’occasione della sua presenza in liuteria. I video che trovate al piede di questa pagina servono anche a inaugurare il nostro nuova canale su YouTube. Abbonatevi! Presto avremo altre sorprese per voi.
Come sei entrato in contatto con i liutai di Jacaranda?

Come non conoscerli? Nell’ambiente dei professionisti è normale entrare in contatto…

 

Sì, ma c’è stato qualcuno che ha fatto da tramite?

All’inizio è stato Gigi (Cifarelli, Ndr) che mi ha segnalato la liuteria Jacaranda, poi mi è capitato più volte di imbracciare dei bassi elettrici fatti da loro: alla fiere per esempio. Anche alcuni miei allievi mi hanno fatto provare dei loro bassi. La cosa che mi colpì subito fu la perfezione della tastiera di questi strumenti, assolutamente congeniale alle mie esigenze.

Mi sono poi avvicinato direttamente a Daniele facendogli sistemare uno strumento vintage che avevo recuperato e da lì è nata la nostra collaborazione.

 

Avevi già degli altri bassi artigianali prima che nascesse l’idea di fartene fare uno su misura da Jacaranda?

Ne avevo uno, sì. Un solid body a 5 corde, modellato su un Fender. Erano gli anni ’90 e all’epoca si usavano molto le tastiere larghe, come sul basso di Anthony Jackson.

 

E l’idea del Proxima De Sensi come è nata?

Circa tre anni fa ho iniziato a suonare in un trio acustico con cui suonavamo musica gypsy manouche: due chitarre e io. In genere in quel contesto si utilizza il contrabbasso, che io non sono, uno strumento meraviglioso che ha però diversi limiti: non solo quello della portabilità. Così ho cercato di pensare uno strumento che avesse il contrabbasso come riferimento: una sintesi sonora del contrabbasso nel corpo di un basso semiacustico.

 

Vi siete ispirati a qualche strumento in particolare oltre che ovviamente al Proxima di Jacaranda, di cui questo è per così dire un’incarnazione?

Sì la forma è quella del Proxima elettrico, ma il processo che ha portato allo strumento che vedete è stato lungo e articolato: la ricerca di un equilibrio il più possibile preciso. Diciamo che ho rotto parecchio le scatole! (ride).

Ma è naturale che in una fase di sperimentazione si vada alla ricerca di qualcosa che ancora non si ha chiaro in mente. La prima scelta è stata quella delle camere tonali: “svuotarlo” dentro per ottenere una maggiore acusticità è stata un’idea brillante, che ha permesso anche di donare leggerezza al basso.

Il secondo passo è stato la scelta dei legni e la finitura. L’ho voluto scuro e devo dire che ancora oggi quando lo guardo ne sono affascinato. Poi siamo andati perfezionando i dettagli: ad esempio non volevo assolutamente vedere in giro controlli che snaturassero il design pulito e perfettamente integrato. Abbiamo così posizionato il bilanciamento tra il pick-up magnetico e il piezo sul ponte, mentre i controlli di volume e tono sono sulla fascia, invisibili. In questo modo la tavola resta perfettamente libera e sgombra. Una pulizia resa ancor più integrale dalla copertura del pick-up magnetico realizzata nello stesso legno del top.

 

E poi c’è quel segno distintivo davvero unico… il foro sulla spalla a forma di chiave di basso.

E dire che non ci ha mai pensato nessuno, che io sappia! È un’idea che è piaciuta moltissimo, ovviamente in primis ai bassisti che si sono inorgogliti.

 

Veniamo alla tastiera, ovviamente fretless…

Ovviamente. Certo i bassi fretless sono più difficili da domare e vanno studiati a lungo, ma il guadagno in espressività è notevole. Le misure sono quelle di un Fender, uno standard.

 

Passiamo alla parte elettrica: magnetico e piezo. Come ti trovi con questa scelta?

È una scelta che permette una grande varietà di toni. Miscelare le due fonti consente di poter scolpire con precisione il suono a seconda delle esigenze e del contesto. In più il piezo è passivo: un pickup non facile da trovare, forse meno sonoro, ma assai più vicino al suono reale. Questo è vero dal vivo, ma lo è ancor più in studio, dove l’acusticità dello strumento può venire esaltata.

Dal vivo in genere utilizzo un rapporto 80% magnetico e 20% piezo, che mi consente di avere più attacco e definizione. Poi naturalmente dipende dalle situazioni.

 

Con cosa lo amplifichi?

Con il mio sistema testata e cassa della Mark Bass (Mark Bass Big Bang e 2 casse New York 121). In genere, sia con il mio Proxima sia con i miei bassi elettrici, tendo a equalizzare flat e poi lavoro con la regolazione dei toni dello strumento e, soprattutto, con il tocco. Al limite aggiungo un po’ di reverbero o di delay, soprattutto nei soli, ma nulla più.

 

Infine prova a dirmi 3 aggettivi per definirlo

Originale, bello… e classico. Nel senso che mantiene un perfetto equilibrio tra la forma e l’essenza. È vero che alcuni strumenti vintage suonano benissimo (e sottolineo alcuni), ma questo rispecchia in pieno l’equilibrio tra la funzionalità e l’estetica, tra il suono – deciso, preciso, definito, corposo – e la forma.

 

Ti ho sentito suonare con il tuo Proxima De Sensi del jazz, della fusion – che però forse chiamerei piuttosto “musica di confine”… cos’altro ci stai suonando?

Be’ intanto giustamente la mia passione e il mio repertorio ruotano intorno al jazz elettrico, che alle volte si fa però anche acustico. La versatilità di questo basso mi consente di coprire eccellentemente entrambi.

 

Bene adesso che abbiamo “radiografato” il tuo basso vorrei chiederti qualcosa di più specifico in merito alla scelta di farsi fare un basso da un liutaio. Che differenza fa per te oggi imbracciare e suonare uno strumento che hai visto nascere e crescere e che hai costruito sulle tue esigenze?

Il suono è una ricerca e ogni strumento è un punto di partenza per questo viaggio continuo. Devo dire però che questo come punto di partenza non è affatto male! Proprio perché è nato dalle mie necessità, dai miei bisogni e dai miei gusti. Ne apprezzo la sua capacità di essere davvero uno “strumento”: il modo in cui lo suoni, dove metti le mani, come tocchi le corde… tutto permette di produrre suoni diversi. In più è uno strumento interamente passivo e quindi la risposta al tocco mi consente di ottenere molte sfumature e di variare il timbro.

 

Ora usciamo un po’ dal seminato. Ti faccio una domanda “da musicista a musicista”… una cosa che mi ronza da un po’ in testa. In Italia siamo sedotti dal marchio e non valutiamo appieno gli strumenti di liuteria. In America il discorso è diverso e spesso i liutai, alcuni liutai, sono star e hanno liste d’attesa smisurate: i loro strumenti vengono apprezzati e non perdono mai di valore, anzi. Ora che hai e suoni uno strumento di liuteria, interamente customizzato sulle tue esigenze, c’è un messaggio che puoi dare ai tuoi colleghi bassisti?

Be’ il valore aggiunto del marketing è sempre importante, non va sottovalutato. In più occorre riconoscere il valore di chi ha saputo applicare al mondo degli strumenti un pensiero “pratico” e una logica industriale, Fender al primo posto, costruendo strumenti in grado di suonare e di suonare in modo omogeneo, riconoscibile.

Ma in Italia c’è una grande tradizione di eccellenza, soprattutto nel campo degli strumenti acustici, che può offrire qualità a prezzi competitivi. Questo ad esempio è un aspetto da sottolineare: se avessi cercato in uno strumento fatto all’estero o di marca queste qualità e queste caratteristiche avrei sicuramente speso molto di più. Senza nemmeno la certezza che ti viene dal sapere come effettivamente – e da chi – lo strumento è stato costruito. Uno strumento artigianale fatto così è definitivo. Per me ci sono molti strumenti vintage che oggi vengono osannati il cui valore reale è minore rispetto a uno strumento di liuteria.

 

Quale riscontro hai avuto dai musicisti e in generale dal pubblico che ti ha visto e sentito suonare il tuo Proxima?

Curiosità. Innanzitutto. Sono colpiti dal design e dal suono e in molti mi chiedono che strumento sia. Poi certo il fretless è uno strumento particolare, se vuoi un po’ meno “popolare” di uno strumento con i tasti, ma l’interesse è sempre notevole, sia in Italia sia all’estero. E so che ci sono state già molte richieste.

 

Hai un desiderio futuro?

Be’, senz’altro un Proxima De Sensi con i tasti. Ma prima di dare il via ai lavori dobbiamo inventarci qualcosa di speciale. E studiare una scelta di legni e di pickup che replichino in un altro territorio le caratteristiche uniche che abbiamo definito per questo. Anche dal punto di vista del design.